lunedì 21 maggio 2012

I Fricchettoni degli anni dieci



"Ciao, vuoi comprare un biglietto per la festa Emergency?".
"Quand'è?".
"Venerdì 18 maggio allo Zero, a Cagliari".
"Ah...mi spiace, venerdì proprio non posso".
"Non ti ho chiesto di venire, ti ho chiesto di comprarlo".

"Ciao, dammi tre euro".
"Perché?"
"Ringraziaci, perché con una cifra ridicola ti diamo la possibilità di partecipare ad un processo di pace".

In queste ultime settimane mi è capitato spesso di sostenere dialoghi simili, e come me, li hanno sostenuti anche parecchi di voi che ci hanno aiutato a pubblicizzare la festa. Un tipo di marketing sicuramente aggressivo, che però ritengo necessario. Moltissimi italiani hanno aiutato ed aiutano Emergency, devolvendo ad esempio il 5xmille, oppure tramite l'invio di sms solidali. Entrambi questi metodi di finanziamento sono fondamentali per la gestione e l'espansione dei progetti che Emergency ha attivato lungo i suoi primi diciotto anni di attività, poiché garantiscono un gettito finanziario vitale e costante; metodi sicuri e importanti, ma forse troppo "digitali", freddi. Il gruppo Cagliari ha sempre pensato che fosse fondamentale l'incontro tra persone, per poter promuovere una vera Cultura di Pace. La festa di stasera (NdR: 18 maggio 2012) è "analogica". Le locandine hanno girato via mail, certo, hanno viaggiato in facebook, hanno ricevuto tanti "mi piace" e tanti "ci sarò", ma ciò che più conta è il vivere le cose in prima linea, sentire che tante persone possono, tutte assieme, portare avanti un'idea comune e rivoluzionaria come un semplice "No alla guerra". Facile sentirsi integrati con un sistema precotto che con un “click” ti fa sentire parte di un processo, facile dare i “like” seduti in poltrona con un pc in grembo o con un touch dallo smartphone ultimo grido. Facile ma poco utile, visto che questo sistema, di fatto, esclude dalla partecipazione attiva. A mio avviso, dobbiamo tornare ad essere più analogici e meno digitali, occuparci maggiormente della cosa pubblica, dare contributi più concreti che una semplice adesione telematica ad un’istanza che riteniamo valida. Certo, posti davanti a un "venerdì proprio non posso", si cerca di massimizzare e si sceglie di avere almeno il contributo economico, ma il rammarico per l'assenza rimane. Fosse per noi, non basterebbe il Sant'Elia a contenere questa festa. Anzi, sapete che facciamo? Visto che Cellino non lo vuole, chiamiamo Massimo Zedda e gli chiediamo di darlo alle associazioni per eventi di grande livello. Lo so, sto esagerando, ma non sarebbe bella una grande giornata di solidarietà che coinvolga un enorme numero di partecipanti? Tantissime persone che ripudiano la guerra. Se fossero la maggioranza della popolazione, Emergency non servirebbe più a nessuno. Lo scopo finale di Emergency, in definitiva, è la chiusura di Emergency. Il sogno di un mondo che non abbia necessità di associazioni che vanno in giro a costruire ospedali nelle zone di guerra per curare le vittime, sopratutto civili, della follia dell'uomo. Direte: si, tutto molto bello, ma le guerre ci sono. E' vero, ma le guerre ci sono perché in qualche modo siamo convinti che siano necessarie. Ecco perché è fondamentale incontrarsi, parlarsi, scambiare idee e punti di vista in maniera civile, pacifica. Il tramite per un incontro incentrato sul “no alla guerra” ce lo forniscono, ogni anno, i gruppi che accettano di suonare per la causa. La musica è un vettore potentissimo, il migliore per veicolare messaggi universali. So che tutto questo discorso fa molto "mettete dei fiori nei vostri cannoni", o "fate l'amore, non fate la guerra", ma noi non siamo fricchettoni anni '60, cerchiamo di essere più concreti. Se ci pensate, molti figli dei fiori di allora sono i politici di oggi, sono i manager, i guru pubblicitari e televisivi, i direttori dei quotidiani, sono i vertici di un sistema che ritiene la guerra un mezzo per dirimere controversie. Non sto cercando il nemico da combattere, voglio solo dire che sognare è giusto e doveroso, ma il cercare di concretizzare i sogni è necessario se si vuole davvero cambiare le cose. Ci riempiamo la bocca di parole come "civiltà", "umanità", "intelligenza", e poi alla prima notizia sensazionalistica dell'aggressione di un cittadino straniero ai danni di un italiano, prendiamo torce forconi e bruciamo un intero campo nomadi. Ci definiamo, utilizzando un orrendo termine, tolleranti, e stiamo a discutere, come se questi fossero argomento di discussione, sui diritti dei figli degli immigrati, sui diritti degli omosessuali, sui diritti delle diverse etnie religiose, sui diritti di donne, bambini, lavoratori., e sempre, naturalmente, al ribasso. Tutto questo è barbarie, follia. Se io ho un diritto, devo lottare perché tutti lo abbiano, senza esclusioni. Un barcone stracolmo di uomini, donne e bambini che salpano disperati verso quella che ritengono essere la salvezza, viene visto con sospetto e in troppi, al primo microfono che li intervista, rispondiamo che “Con questa gente in giro non mi sento sicuro”. Fermiamoci un attimo a riflettere: da chi e da cosa stanno scappando? Dalle bombe, dalle dittature, dall’esercito, e, nella migliore delle ipotesi, dalla fame. Certo, la fame degli altri fa paura, e il modo migliore per esorcizzarla non è respingerli, ma creare le condizioni per cui nessuno debba più patirla. La nostra sazietà si basa sulla loro fame, il sistema mondiale è costruito in questo modo. Con la pancia piena e il culo al caldo tendiamo a dimenticare da dove veniamo e dove, se continuiamo così, andremo a finire. Le persone che discriminiamo, siamo noi stessi allo specchio. Lo Stato siamo noi, e lo Stato italiano non è ufficialmente in guerra, ma i cacciabombardieri decollano anche da Decimomannu per andare a colpire paesi stranieri. In altri termini, io bombardo e uccido altre persone, visto che lo Stato lo fa anche in nome mio. L'Italia non è in guerra, ma spende miliardi di euro per gli armamenti e la gestione dell'apparato militare, mentre chiede al popolo enormi sacrifici per far quadrare i bilanci. Il futuro va ripensato, e le basi le dobbiamo gettare noi, partendo proprio dal ripudio della guerra. Questo è il solo modo che abbiamo per costruire un domani migliore, se non per noi, per le nuove generazioni. Mi spiacerebbe sapere che fra quarant'anni un ragazzo sui trenta parlerà alla platea dicendo: "Non siamo fricchettoni anni dieci, che facevano le festicciole per mandare soldi in Sudan mentre accettavano che la propria nazione facesse i propri comodi nei paesi stranieri, bombardando le popolazioni inermi per prendere le loro ricchezze, spacciando il tutto come intervento umanitario di esportazione di democrazia". E se la Repubblica Centrafricana, il Sudan, l'Afghanistan, la Sierra Leone, fra quarant’anni fossimo noi?

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