giovedì 30 maggio 2013

Parlando di libertà

 

L’altro giorno è morto Don Andrea Gallo, che assieme ad altri italiani combatté per la libertà di tutto un popolo. Quest’oggi Silvio si dota, figurativamente, di esercito, e l’Italia sta a guardare, fingendo di non sentire uno strano prurito. Come al solito, pur di difendere l’indifendibile, si fa scempio della parola “libertà”, lordandola di significati lontani dal suo etimo e sconsacrandola una volta di più. Esercito e libertà, di solito, sono termini che non vanno tanto d’accordo. Voglio evitare di considerare la cosa come l’ennesima pagliacciata, visto che a furia di pensarla in questo modo, l’Italia si è purtroppo ridotta ad un circo. Ciononostante, da buon cittadino quale io sono, eviterò di esprimere giudizi critici sulla manica di decerebrati che ne faranno parte.
E anche questa è una bella libertà.

L’esercito della Libertà
Dopo breve gestazione
Arriva in città
E promette rivoluzione
Silvio duce i Prodi
E già questo è parecchio ilare
Se non fosse che in parlamento
C’è egual inciucio esemplare
Uno di fianco all’altro
Siedono infatti sorridenti
Due figli di anomalo parto
Due uomini eccellenti
Uno emanazione del capo
L’altro nipote di sua emanazione
Per cui vada come vada
Lo prenderà in culo la nazione

domenica 26 maggio 2013

Ci vuole sangue nelle vene

Il sangue nelle vene che ci manca ogniqualvolta non riconosciamo noi stessi nel prossimo.
Sangue che manca quando pensiamo che un nostro diritto, se condiviso, possa esserci tolto. L’estensione di un diritto potenzia il medesimo, il negarlo lo indebolisce. Nessuno ha il potere di dare un diritto, poiché tutti nasciamo eguali in diritti e doveri. Un diritto può solo essere tolto, negato, proibito. Chi nega e proibisce i diritti agli altri, molto spesso possiede e sfrutta il diritto che nega. Se non lo ha, si sta comunque arrogando il diritto di negare un diritto.
I diritti sociali sono spesso calpestati da maggioranze inconsapevoli che, immaginando ad esempio di tutelare il diritto alla famiglia, lo negano a persone dello stesso sesso. Alcuni si spingono oltre, superano l’ostacolo del considerare coppia due uomini o due donne, o due trans, insomma due esseri umani, ma vedono infrangersi sul muro della paura la loro volontà dell’estensione del diritto davanti al nodo dell’adozione. Si confonde spesso il parere personale, dettato da luoghi comuni, poca esperienza, cattivi maestri come tv e politici guidati solo da interessi corporativi, con studi e ricerche rigorosi. La paura è ignoranza, la negazione di un diritto è ignoranza. Ignoranza è mancanza di conoscenza, mancanza di informazioni, ma anche, più banalmente, la distorsione tra realtà e percezione errata della stessa. Per tale motivo uno stato, o una società di persone, si dota di regole atte al rispetto dei diritti e tutela tutti i componenti onde evitare che un diritto possa essere tolto, possa venire depotenziato, distorto, alterato. Leggi e regole, così come diritto e dovere, sono in costante evoluzione. Crescono e si modificano, tendendo all’ideale di un’unica società in cui tutti possano veramente sentirsi eguali. La teorizzazione di questi concetti ha avuto tanti illustri padri, e al contempo tanti carnefici. Si tende spesso ad identificare in figure nefaste coloro i quali, con le loro azioni, hanno cancellato sistematicamente diritti e vite nel corso della storia. Facile ricordare Hitler e il nazismo, ma si rischia di cadere nella trappola della quantità. Molte vittime, molto male. Ognuno di noi, ogni giorno, è potenzialmente un carnefice e una vittima. Ogni individuo può, per sua scelta, lottare per l’affermazione di un diritto o lottare per la sua negazione. Sviscerando e svuotando la lotta intesa positiva per l’affermazione di un diritto, si potrebbe dire che chi la combatte, anche se titolare del diritto per la cui estensione si batte, lo faccia per un tornaconto personale. Il ragionamento che sta alla base di questa lotta potrebbe riassumersi così: “Se solo io ho questo diritto (qualunque esso sia) e le persone che mi circondano non lo hanno, la società in cui vivo sarà sbilanciata, sarà ingiusta. Nelle situazioni di ingiustizia nessuno può dirsi veramente felice, quindi mi batto affinché tutti abbiano gli stessi diritti che ho io. Lo faccio solo per poter stare meglio”. Una simile dichiarazione, apparentemente egoistica, cela dietro sé un ragionamento che porta comunque ad un circolo virtuoso. All’opposto, colui il quale nega i diritti a chi lo circonda, è schiavo dell’ignoranza che lo porta a pensare di poter vivere bene in una società iniqua, non matura, generando un circolo vizioso, poiché le vittime di questo modo di vedere le cose cercheranno di togliere diritti a chi li nega loro. In una parola, è un modo di pensare e agire che genera scontro. Lotta di individui, lotta di classe, lotta di stati, guerra. Negare i diritti porta allo scontro, l’unione porta al progresso.
Lo scontro è generato dall’idea che il nostro prossimo non sia come noi. Certo, ognuno di noi è un cosmo a sé stante, un meccanismo complesso e delicato, poetico e terribile, capace di slanci e di bassezze, un insieme cellulare unico e comunque irripetibile. Ciascuno di noi però, per dirla alla Battiato, si muove con le regole assegnate a questa parte di universo, al nostro sistema solare. In definitiva, siamo tutti uguali.
Ho sentito la necessità di questo lungo e forse noioso preambolo per giungere ad un’ultima riflessione: ci sono delle persone che, per proprio interesse, e nell’idea di fare l’interesse di altri, agiscono contro alcune categorie dipingendole come mostri. E’ il caso di un discorso tenuto dall’amministratore delegato dell’azienda per cui lavoro. In sostanza, chiede l’istituzione di una commissione composta da lavoratori e rappresentanti aziendali (ma non dei sindacati…) che, una volta stabiliti i parametri, individui con apposite liste di proscrizione quei lavoratori che avranno allertati gli indicatori di incompatibilità aziendale. Il fatto che siano state inquadrate alcune di queste categorie tra i quaranta-cinquantenni mi ha fatto rabbrividire. Si parte dall’assunto che un lavoratore di questa età sia di per sé demotivato, svuotato, svogliato, sicuramente più malato. Si è parlato di “accompagnare” fuori dall’azienda con incentivi queste persone, si è detto che per ognuno di questi verranno assunti fino a due giovani lavoratori. Si è affermato, insomma, che chi rallenta è destinato al macero. I nuovi assunti, assetati di lavoro, o meglio di soldi, hanno anche meno esperienza e consapevolezza dei propri diritti, con tutto quello che ne consegue. Ma questo non è stato detto. Brandendo lo scudo del difensore di un’Italia bistrattata e prostrata, rivendicando il diritto al lavoro “per chi ne ha voglia”, ha completato il quadro con il riferimento ai fannulloni di Marchionniana memoria. Fiat ha fatto scuola nel gioco della negazione dei diritti, nello stupido e miope sperpero di tempo e risorse nel tentativo di ridurre una pausa lavorativa di cinque minuti o nel tagliare i diritti lavorativi faticosamente acquisiti in anni di aspri scontri tesi all’evoluzione sociale. Tempo sottratto alla progettazione del prodotto, cioè le auto. Non competitive, in un mercato ultracomplesso, non appetibili, non all’avanguardia, indietro su tutto. La lotta contro i sindacati ha impoverito tutto il comparto, non si parla di strategie di vendita, di nuovi modelli, nuovi motori, nuove nicchie di mercato. Si cerca solo di scaricare le oggettive responsabilità manageriali sui lavoratori, iniziando dal sud. Quando toccò a Pomigliano d’Arco essere nell’occhio del ciclone, i colleghi del nord, in particolare Mirafiori, dissero che si, l’azienda aveva ragione. Troppi fannulloni, furbi dalla malattia facile, con medici conniventi a diagnosticare inesistenti disturbi per farli stare a casa a rubare lo stipendio, alla faccia dei colleghi che ogni giorno si spaccano la schiena in catena di montaggio. Interrogati con apposito quesito, i colleghi di Mirafiori si sono detti in maggioranza concordi con la proprietà sul fatto che le cose così non andassero, e hanno di fatto sancito un passo indietro nel tempo in materia di diritti dei lavoratori. Purtroppo però non è finita così. I parametri di qualità del lavoro dell’azienda sita nel napoletano sono sempre stati altissimi, bassi i parametri di assenteismo, o meglio, nella media, nella norma. Pochi mesi dopo la scure di Fiat si è abbattuta anche su Mirafiori, tra lo sgomento dei tanti che si sono sentiti rivolgere le stesse accuse che loro stessi avevano sottoscritto nei confronti dei colleghi del sud. Disarticolare il fronte dei lavoratori è stato il “successo” di Marchionne e della Fiat. Un successo che si misura, in definitiva, con imbarazzanti dati di vendita, con un parco modelli obsoleti e inappetibili per il mercato, con un livello di investimenti in ricerca e sviluppo da vecchia Germania dell’est e un livello di stress dei lavoratori da far invidia ai migliori capannoni tessili cinesi. Tutto questo è stato possibile solo perché la maggioranza dei lavoratori di Fiat ha pensato di essere migliore dei propri colleghi, di essere al di sopra delle speculazioni dell’azienda. Il declino si è avuto quando i sindacati non hanno capito che il momento drammatico che si stava vivendo contribuiva, coadiuvato da politiche statali scellerate, all’affermazione dell’individualismo come unico modello di successo sociale. Il non saper evolvere, migliorare, adeguare le istanze sindacali e i metodi di informazione ha contribuito al mercato mortifero in cui ci muoviamo oggi. Beninteso, la colpa assoluta non è certo del sindacato, ma dell’azienda. Il sindacato rappresenta il lavoratori, se i lavoratori credono all’azienda, il sindacato può fare ben poco.
Tanti miei colleghi hanno applaudito con forza alle dichiarazioni dell’amministratore delegato, non riuscendo a capire che con “fannulloni” si stava rivolgendo a ciascuno di noi, non solo al collega al nostro fianco. Vorrei chiedere a tutti loro: scambiereste a scatola chiusa la vostra cartella clinica con i colleghi che ritenete essere dei lavativi e che si mettono in malattia per un po’ di tosse o qualche linea di febbre? La scambiereste a scatola chiusa senza sapere che tipo di disagi psichici ha il collega che soffre di attacchi di panico (senza che però ve lo venga a raccontare) e che in taluni giorni non riesce fisicamente ad andare a lavoro perché oppresso dall’ansia e dal senso di inadeguatezza che prova? Io credo di no. I livelli qualitativi in azienda, lo dicono i tantissimi sistemi di rilevazione adottati dall’azienda stessa, sono spaventosamente alti, a dimostrazione che l’organico lavora in maniera eccellente. Qual è allora l’elemento che ci fa cercare il mostro? Ognuno dovrebbe anzitutto guardare a se stesso e capire che la ricerca del mostro intorno a noi deriva solo dall’incapacità dell’esorcizzare quello dentro di noi. Citare esempi di società o persone che stanno peggio di noi per giustificare l’accettazione prona e bestiale di una costante erosione dei diritti è quanto di più deprimente ci possa essere per persone che si ritengono evolute e in evoluzione. Ignoranza, questa è la bestia da combattere. Andatevi a studiare, prima di sghignazzare come degli idioti (come ho visto fare a tanti colleghi) al sentire parole sconosciute, cosa vuol dire “sindrome da burn out”, o “stress da lavoro-correlato”. Potreste scoprire di averla. E se non la avete, potreste scoprire che aiutare chi la ha è segno di civiltà, è l’estensione di un diritto, è un creare un posto di lavoro migliore dove voi stessi potreste stare meglio e, in ottica aziendale, potreste persino “rendere” di più.
Un’ultima annotazione in quanto sardo: solo quando smetteremo di pensare a noi stessi come servi pastori riusciremo a riappropriarci del nostro gregge, e, in definitiva, di noi stessi. Solo allora guarderemo al prossimo con speranza e non con sospetto.
Ci vuole sangue nelle vene, per essere umani.

mercoledì 22 maggio 2013

Gianpeppino: La partita allo stadio


 Domenica mio cuggino mia preso allo stadio. Cori continuamente, e ce uno che non guarda la partitta. Si toglie la maglietta e guarda le persone che guardano la partita e urla tutta lora. Mio cuggino mi a detto che quello e il capo ultra che deve incitare agli altri a incitare i giocatori, pero secondo me se non guarda nemmeno la partita come fa? Magari non lo sa e si mette a incitare quando il pallone lo anno quelli dellaltra scuadra e segnano. Bella figura di merda.

venerdì 10 maggio 2013

Gianpeppino: Due cose che mi sono dispiacciutte



Oggi mi sono capitate due cose che mi sono dispiacciutte. Di mattina sono andato con mio cuggino a prendere le medicine per mio nonno. Quando siamo arrivati nel apparttamento di Gigi Siringa subbito mio cuggino a iniziato a dirli che le medicine l’ultima volta non erano buone e mio nonno si era lamentato. Questa cosa me la ricordo bene perche era uscito dalla camera da pranzo tutto pieno di farina in faccia e diceva “Quel figlio di una troia la prossima volta lo faccio saltare la testa! Ci a messo grattuggia di muro!”. Nonno mia spiegato che la medicina li serve per il mal di testa, che se non la prende potrebbe anche morire. Allora Giggi Siringa li a detto a mio cuggino che Nonno e scoppiato di testa. Giggi Siringa e come un farmacista dottore, che lavora a casa sua perche non li fanno aprire una farmacia a causa che e tutta una mafia dei polittici che fanno aprire le farmacie sempre alli stessi farmacisti, come presempio Dottor Augusto che ne a tre e pero va il figlio da Giggi Siringa. Come la mettiamo? Vuoi prenderti anche la casa di Giggi Siringa? Eh? Dottor Augusto? Comunque mio cuggino si arabbia e lo urla, allora Giggi Siringa tira fuori un bisturo e lo minaccia che lo uccide e li dice che e figlio di troia e di andare a fare cose a mia zia. Questa e la prima cosa che mi e dispiacciutta perche lui a mia zia non la deve nomimare male. Ci a dato la medicina e siamo tornati, e Nonno era arabbiatto poi dopo la medicina tutto a posto. La seconda cosa che mi e dispiacciutta e che e morto il cavallo di mio nonno, Scarfeis. Mi a detto (non Scarfeis, mio nonno) ched’era morto per una malatia troppicale di quelle che una zanzara lo punge e muore. Io inizialmente mi sembrava strano, poi Bobbo mi a detto che invece capita spesso. Certo che doveva essere davvero grande la zanzara visto che li a staccato la testa al cavallo.

venerdì 3 maggio 2013

Preiti come Rigosi




l gesto di Luigi Preiti davanti a Palazzo Chigi mi ha ricordato la canzone di Francesco Guccini “La locomotiva”, in cui si racconta la vera storia del macchinista anarchico Pietro Rigosi.
Come Rigosi, anche Preiti non ha avuto successo. Entrambi, anche se con moventi diversi, hanno cercato di scagliarsi contro simboli del potere costituito, ed entrambi, all’atto pratico, hanno fallito. La ballata gucciniana termina col grave ferimento di Rigosi e con l’auspicio che ci siano ancora degli uomini, qui inteso come esseri umani, disposti all’estremo sacrificio per difendere gli ideali di giustizia, libertà ed uguaglianza. La vicenda di Preiti si è conclusa con il grave ferimento di un carabiniere, Giuseppe Giangrande, e il fallimento del suo duplice obiettivo: uccidere un politico di spicco e farsi uccidere nel seguente conflitto a fuoco. Lungi da me l’esaltazione dell’uso della violenza per ottenere giustizia di classe o il desiderio che la mano armata di Preiti colpisse un politico. Non affermo questo per buonismo, ma solo perché credo che i gesti isolati nuocciano alla causa. Occorre una coscienza popolare comune, ma questo è un altro discorso. Vorrei però fare una considerazione: Preiti, come Rigosi, ha incarnato in maniera violenta un sentimento che sempre più va radicandosi tra le classi prostrate di un ex Bel Paese. Se l’unica risposta di chi il potere lo veste sarà l’arroccarsi e il trincerarsi dietro scorte armate, mentre si discute in inaccessibili e oscuri castelli di strategie per la conservazione del potere stesso, senza orientarne l’utilizzo all’alleggerimento della tensione, temo sarà inevitabile che ci giunga ancora la notizia di una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia.

La giustizia proletaria
È campata spesso in aria
E si sfoga sul passante
Che attraversa, impertinente
Fuor da strisce pedonali
E tu li che fai di fanali
Mentre torni da lavoro
E sei stanco come un toro
Per non dir che sei incazzato
Come il quadrupede cornuto
Punti le gambe del pedone
Col tuo mezzo di locomozione
Per vendicare con l’amputazione
Il fatto che tutti ti trattino da coglione
Questo è il modo assai piccato
Di vedere vendicato
Proprio onore e proprio orgoglio
Per sentirsi un poco sveglio
Ma a lavoro (se ne hai uno) e dallo stato (e ce l’hai comunque)
C’è assai poco da far festa
Visto che tutti ti pisciano in testa
E poiché son ricchi e belli
Se lo puliscono nei tuoi capelli.
Poi dice che uno spara ed è matto…
MAH!