domenica 26 maggio 2013

Ci vuole sangue nelle vene

Il sangue nelle vene che ci manca ogniqualvolta non riconosciamo noi stessi nel prossimo.
Sangue che manca quando pensiamo che un nostro diritto, se condiviso, possa esserci tolto. L’estensione di un diritto potenzia il medesimo, il negarlo lo indebolisce. Nessuno ha il potere di dare un diritto, poiché tutti nasciamo eguali in diritti e doveri. Un diritto può solo essere tolto, negato, proibito. Chi nega e proibisce i diritti agli altri, molto spesso possiede e sfrutta il diritto che nega. Se non lo ha, si sta comunque arrogando il diritto di negare un diritto.
I diritti sociali sono spesso calpestati da maggioranze inconsapevoli che, immaginando ad esempio di tutelare il diritto alla famiglia, lo negano a persone dello stesso sesso. Alcuni si spingono oltre, superano l’ostacolo del considerare coppia due uomini o due donne, o due trans, insomma due esseri umani, ma vedono infrangersi sul muro della paura la loro volontà dell’estensione del diritto davanti al nodo dell’adozione. Si confonde spesso il parere personale, dettato da luoghi comuni, poca esperienza, cattivi maestri come tv e politici guidati solo da interessi corporativi, con studi e ricerche rigorosi. La paura è ignoranza, la negazione di un diritto è ignoranza. Ignoranza è mancanza di conoscenza, mancanza di informazioni, ma anche, più banalmente, la distorsione tra realtà e percezione errata della stessa. Per tale motivo uno stato, o una società di persone, si dota di regole atte al rispetto dei diritti e tutela tutti i componenti onde evitare che un diritto possa essere tolto, possa venire depotenziato, distorto, alterato. Leggi e regole, così come diritto e dovere, sono in costante evoluzione. Crescono e si modificano, tendendo all’ideale di un’unica società in cui tutti possano veramente sentirsi eguali. La teorizzazione di questi concetti ha avuto tanti illustri padri, e al contempo tanti carnefici. Si tende spesso ad identificare in figure nefaste coloro i quali, con le loro azioni, hanno cancellato sistematicamente diritti e vite nel corso della storia. Facile ricordare Hitler e il nazismo, ma si rischia di cadere nella trappola della quantità. Molte vittime, molto male. Ognuno di noi, ogni giorno, è potenzialmente un carnefice e una vittima. Ogni individuo può, per sua scelta, lottare per l’affermazione di un diritto o lottare per la sua negazione. Sviscerando e svuotando la lotta intesa positiva per l’affermazione di un diritto, si potrebbe dire che chi la combatte, anche se titolare del diritto per la cui estensione si batte, lo faccia per un tornaconto personale. Il ragionamento che sta alla base di questa lotta potrebbe riassumersi così: “Se solo io ho questo diritto (qualunque esso sia) e le persone che mi circondano non lo hanno, la società in cui vivo sarà sbilanciata, sarà ingiusta. Nelle situazioni di ingiustizia nessuno può dirsi veramente felice, quindi mi batto affinché tutti abbiano gli stessi diritti che ho io. Lo faccio solo per poter stare meglio”. Una simile dichiarazione, apparentemente egoistica, cela dietro sé un ragionamento che porta comunque ad un circolo virtuoso. All’opposto, colui il quale nega i diritti a chi lo circonda, è schiavo dell’ignoranza che lo porta a pensare di poter vivere bene in una società iniqua, non matura, generando un circolo vizioso, poiché le vittime di questo modo di vedere le cose cercheranno di togliere diritti a chi li nega loro. In una parola, è un modo di pensare e agire che genera scontro. Lotta di individui, lotta di classe, lotta di stati, guerra. Negare i diritti porta allo scontro, l’unione porta al progresso.
Lo scontro è generato dall’idea che il nostro prossimo non sia come noi. Certo, ognuno di noi è un cosmo a sé stante, un meccanismo complesso e delicato, poetico e terribile, capace di slanci e di bassezze, un insieme cellulare unico e comunque irripetibile. Ciascuno di noi però, per dirla alla Battiato, si muove con le regole assegnate a questa parte di universo, al nostro sistema solare. In definitiva, siamo tutti uguali.
Ho sentito la necessità di questo lungo e forse noioso preambolo per giungere ad un’ultima riflessione: ci sono delle persone che, per proprio interesse, e nell’idea di fare l’interesse di altri, agiscono contro alcune categorie dipingendole come mostri. E’ il caso di un discorso tenuto dall’amministratore delegato dell’azienda per cui lavoro. In sostanza, chiede l’istituzione di una commissione composta da lavoratori e rappresentanti aziendali (ma non dei sindacati…) che, una volta stabiliti i parametri, individui con apposite liste di proscrizione quei lavoratori che avranno allertati gli indicatori di incompatibilità aziendale. Il fatto che siano state inquadrate alcune di queste categorie tra i quaranta-cinquantenni mi ha fatto rabbrividire. Si parte dall’assunto che un lavoratore di questa età sia di per sé demotivato, svuotato, svogliato, sicuramente più malato. Si è parlato di “accompagnare” fuori dall’azienda con incentivi queste persone, si è detto che per ognuno di questi verranno assunti fino a due giovani lavoratori. Si è affermato, insomma, che chi rallenta è destinato al macero. I nuovi assunti, assetati di lavoro, o meglio di soldi, hanno anche meno esperienza e consapevolezza dei propri diritti, con tutto quello che ne consegue. Ma questo non è stato detto. Brandendo lo scudo del difensore di un’Italia bistrattata e prostrata, rivendicando il diritto al lavoro “per chi ne ha voglia”, ha completato il quadro con il riferimento ai fannulloni di Marchionniana memoria. Fiat ha fatto scuola nel gioco della negazione dei diritti, nello stupido e miope sperpero di tempo e risorse nel tentativo di ridurre una pausa lavorativa di cinque minuti o nel tagliare i diritti lavorativi faticosamente acquisiti in anni di aspri scontri tesi all’evoluzione sociale. Tempo sottratto alla progettazione del prodotto, cioè le auto. Non competitive, in un mercato ultracomplesso, non appetibili, non all’avanguardia, indietro su tutto. La lotta contro i sindacati ha impoverito tutto il comparto, non si parla di strategie di vendita, di nuovi modelli, nuovi motori, nuove nicchie di mercato. Si cerca solo di scaricare le oggettive responsabilità manageriali sui lavoratori, iniziando dal sud. Quando toccò a Pomigliano d’Arco essere nell’occhio del ciclone, i colleghi del nord, in particolare Mirafiori, dissero che si, l’azienda aveva ragione. Troppi fannulloni, furbi dalla malattia facile, con medici conniventi a diagnosticare inesistenti disturbi per farli stare a casa a rubare lo stipendio, alla faccia dei colleghi che ogni giorno si spaccano la schiena in catena di montaggio. Interrogati con apposito quesito, i colleghi di Mirafiori si sono detti in maggioranza concordi con la proprietà sul fatto che le cose così non andassero, e hanno di fatto sancito un passo indietro nel tempo in materia di diritti dei lavoratori. Purtroppo però non è finita così. I parametri di qualità del lavoro dell’azienda sita nel napoletano sono sempre stati altissimi, bassi i parametri di assenteismo, o meglio, nella media, nella norma. Pochi mesi dopo la scure di Fiat si è abbattuta anche su Mirafiori, tra lo sgomento dei tanti che si sono sentiti rivolgere le stesse accuse che loro stessi avevano sottoscritto nei confronti dei colleghi del sud. Disarticolare il fronte dei lavoratori è stato il “successo” di Marchionne e della Fiat. Un successo che si misura, in definitiva, con imbarazzanti dati di vendita, con un parco modelli obsoleti e inappetibili per il mercato, con un livello di investimenti in ricerca e sviluppo da vecchia Germania dell’est e un livello di stress dei lavoratori da far invidia ai migliori capannoni tessili cinesi. Tutto questo è stato possibile solo perché la maggioranza dei lavoratori di Fiat ha pensato di essere migliore dei propri colleghi, di essere al di sopra delle speculazioni dell’azienda. Il declino si è avuto quando i sindacati non hanno capito che il momento drammatico che si stava vivendo contribuiva, coadiuvato da politiche statali scellerate, all’affermazione dell’individualismo come unico modello di successo sociale. Il non saper evolvere, migliorare, adeguare le istanze sindacali e i metodi di informazione ha contribuito al mercato mortifero in cui ci muoviamo oggi. Beninteso, la colpa assoluta non è certo del sindacato, ma dell’azienda. Il sindacato rappresenta il lavoratori, se i lavoratori credono all’azienda, il sindacato può fare ben poco.
Tanti miei colleghi hanno applaudito con forza alle dichiarazioni dell’amministratore delegato, non riuscendo a capire che con “fannulloni” si stava rivolgendo a ciascuno di noi, non solo al collega al nostro fianco. Vorrei chiedere a tutti loro: scambiereste a scatola chiusa la vostra cartella clinica con i colleghi che ritenete essere dei lavativi e che si mettono in malattia per un po’ di tosse o qualche linea di febbre? La scambiereste a scatola chiusa senza sapere che tipo di disagi psichici ha il collega che soffre di attacchi di panico (senza che però ve lo venga a raccontare) e che in taluni giorni non riesce fisicamente ad andare a lavoro perché oppresso dall’ansia e dal senso di inadeguatezza che prova? Io credo di no. I livelli qualitativi in azienda, lo dicono i tantissimi sistemi di rilevazione adottati dall’azienda stessa, sono spaventosamente alti, a dimostrazione che l’organico lavora in maniera eccellente. Qual è allora l’elemento che ci fa cercare il mostro? Ognuno dovrebbe anzitutto guardare a se stesso e capire che la ricerca del mostro intorno a noi deriva solo dall’incapacità dell’esorcizzare quello dentro di noi. Citare esempi di società o persone che stanno peggio di noi per giustificare l’accettazione prona e bestiale di una costante erosione dei diritti è quanto di più deprimente ci possa essere per persone che si ritengono evolute e in evoluzione. Ignoranza, questa è la bestia da combattere. Andatevi a studiare, prima di sghignazzare come degli idioti (come ho visto fare a tanti colleghi) al sentire parole sconosciute, cosa vuol dire “sindrome da burn out”, o “stress da lavoro-correlato”. Potreste scoprire di averla. E se non la avete, potreste scoprire che aiutare chi la ha è segno di civiltà, è l’estensione di un diritto, è un creare un posto di lavoro migliore dove voi stessi potreste stare meglio e, in ottica aziendale, potreste persino “rendere” di più.
Un’ultima annotazione in quanto sardo: solo quando smetteremo di pensare a noi stessi come servi pastori riusciremo a riappropriarci del nostro gregge, e, in definitiva, di noi stessi. Solo allora guarderemo al prossimo con speranza e non con sospetto.
Ci vuole sangue nelle vene, per essere umani.

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