mercoledì 3 giugno 2015

Pensiero #7

Vorrei avere l’ironia pungente e lo sguardo lucido e distaccato di Paolo Conte. Immagino che anche lui avrà dei momenti no, che senta l’amarezza di una vita che avanza, per tutti, tra un passo di danza leggero e un goffo inciampo sullo strascico di una donna profumata di lavanda, o su di una scarpa lucida di un dongiovanni impettito. Passerà anche lui giornate d’inedia, di noia. Leggerà un libro interminabile seduto su una sedia a sdraio, alzerà lo sguardo corrugato quando una nuvola di passaggio modificherà il riflesso del sole sul prato. Immagino un cagnolino che attira la sua attenzione. Un cane intento a inseguire le mosche, a loro volta immerse in traiettorie incomprensibili. L’uomo baffuto invidia il cane, invidia e ammira la sua passione e la sua abnegazione nell’eseguire un’azione apparentemente inutile con tanta gioia. Paolo si alza con lentezza dalla sedia, si porta le mani sui fianchi e si stiracchia all’indietro. Guarda l’ora sull’orologio da taschino donatogli tanti, ormai tantissimi anni prima, dallo zio. Sono le sette di sera. Dalla finestra aperta sul cortile arriva suadente il profumo del soffritto di cipolle, odore d’antico e di terra. Una donna ancora molto bella -una donna, quindi bella- cucina per lui. Cucina e sorride. Nessuno ha il diritto di chiedere più di questo. Paolo non chiede nulla di più. È più di quanto senta di meritare. Entra in casa spingendo la leggera porta sul retro, si siede per alcuni minuti al piano e bofonchia un motivetto allegro.

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